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CITTADINANZA: Figlio di irregolari, ma nato e cresciuto in Italia: può essere italiano “ius soli”

Meglio (ius) soli che mal accompagnati? 

Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso di una seconda generazione. “La regolarità del soggiorno dei genitori non è un requisito”. 

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Se è nato e cresciuto in Italia, anche il figlio di immigrati irregolari può diventare italiano quando compie 18 anni. Non è giusto penalizzarlo a causa dei suoi genitori. 

É seguendo questo ragionamento che il tribunale di Milano ha accolto il ricorso di H.G., un giovane figlio di immigrati filippini che è nato nel 1994 nel capoluogo lombardo, è cresciuto in Italia ed in Italia ha frequentato tutte le scuole fino al diploma scientifico. Una classica “seconda generazione”, insomma. 

Quando H.G. è diventato maggiorenne, ha anche ricevuto la lettera del Comune che lo informava che poteva scegliere di diventare italiano. Quello stesso Comune però, poi gli ha negato la cittadinanza. Il problema? I suoi genitori nel 1994 erano immigrati irregolari, solo nel 1996 hanno ottenuto un permesso di soggiorno e hanno iscritto il loro bambino all’anagrafe. 

 Per la prima sezione civile del Tribunale di Milano, però, il giovane ha diritto alla cittadinanza, come si legge nella sentenza emessa il 29 gennaio 2015 dal collegio presieduto da Roberto Bichi. 

Il requisito della regolarità del soggiorno dei genitori del richiedente la cittadinanza, non è previsto quale condizione per il riconoscimento della cittadinanza ai sensi dell’art.4, co.2, legge 91/1992. La condizione necessaria (e sufficiente, insieme alla nascita in Italia ed alla dichiarazione entro il diciannovesimo anno) è solamente la legale ed ininterrotta residenza dalla nascita al diciottesimo anno di età dell’interessato“, spiegano i giudici.. 

Casi del genere succedono di frequente. Capita che ci siano errori nell’iscrizione all’anagrafe o che i genitori non la facciano subito. La legge del 2013 è però molto chiara, in quanto ciò che conta è l’essere nati ed essere effettivamente vissuti in Italia e per dimostrarlo basta per esempio l’aver frequentato le nostre scuole” ha spiegato a Redattore Sociale l’avvocato Alberto Guariso che ha curato il ricorso insieme al collega Livio Neri, e secondo il quale, “il problema è che ci sono ancora comuni che negano la cittadinanza ai neo diciottenni per cavilli o errori burocratici. C’è quindi una disparità di trattamento in base al comune in cui si risiede: in uno si ottiene la cittadinanza e magari in quello confinante no“. 

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